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Sale: più o meno iodio?

Il sale da cucina comune che si trova in commercio, detto anche salgemma, è formato per la maggior parte da cloruro di sodio, la cui percentuale aumenta dopo la raffinazione e può arrivare al 96-97%. È ciò che spesso insaporisce i piatti, ma quanto se ne può mangiare perché non provochi problemi all’organismo?

L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda il consumo di sale non superiore ai cinque grammi al giorno per persona prediligendo, però, l’uso del sale iodato in sostituzione del comune sale da cucina.

Il sale iodato è il comune sale da cucina a cui è addizionato artificialmente lo iodio sotto forma di ioduro o iodato di potassio. Le quantità aggiunte sono scelte e standardizzate in base allo stato nutrizionale della popolazione; in Italia, per esempio, ogni chilogrammo di sale iodato contiene 30 mg di iodio.  Il sale iodato o “sale arricchito di iodio” è  bianco e ha lo stesso aspetto del sale alimentare comune, non altera il suo sapore, odore e aspetto, né tantomeno modifica il gusto degli alimenti a cui viene aggiunto.

Lo iodio è aggiunto per un valido motivo: tale micronutriente essenziale è presente nell’organismo in minime quantità, 15-20 mg, e ha come sito preferenziale di localizzazione la tiroide, inoltre costituisce un componente strutturale degli ormoni da essa prodotti. Questi ormoni hanno un ruolo rilevante nel regolare la produzione di energia dell’organismo, favoriscono la crescita e lo sviluppo di organi e apparati, stimolano il metabolismo basale, regolano quello di zuccheri, proteine e grassi e favoriscono la deposizione di calcio nella ossa.

L’insufficiente assunzione di iodio con l’alimentazione, o un abuso in cucina di sale non iodato, potrebbe essere responsabile di patologie tiroidee come il gozzo o altre disfunzioni che colpiscono, anche se in modo non grave, circa sei milioni di italiani (più del 10% della popolazione).



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Dott.ssa Biologa Minicone Sara
sara.minicone@gmail.com

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